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Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro i curricula” ha affermato il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti durante un incontro con gli studenti di un istituto di Bologna il 27 marzo. Era una metafora e non c’è dubbio che la situazione reale aderisca molto più a quanto affermato da Poletti che a un’Italia che fa del curriculum l’elemento da cui partire per un’assunzione. Non significa però che il Ministro si sia espresso in modo appropriato, secondo tempi e modalutà giuste. Ci sono limiti per chi copre una carica del genere. Negare l’importanza del curriculum e quindi del concetto (almeno su carta) di meritocrazia significa negare l’importanza degli studi così come, più in generale, degli impegni alla formazione. Se si giustifica una frase del genere, la prossima affermazione potrebbe essere: “Per trovare un’occupazione meglio lasciare la scuola e iniziare a lavorare presto“.

In Germania, il ministro del Lavoro (e degli Affari sociali), Andrea Nahles, laurea e master in scienze politiche e filosofia (Poletti è diplomato come agrotecnico), eletta  in quota socialdemocratici, appena insediatasi, non ha affermato che l’università non fosse importante, ma si è battuta per l’introduzione del salario minimo di 8,50 euro l’ora a partire dal primo gennaio 2015. Nonostante le critiche, ha preteso che all’interno di questo diritto ricadessero anche tirocinanti già laureati senza borse di studio (c’è giusto qualche eccezione che non vale la pena citare).

Nel frattempo, parallelamente all’impegno dei socialdemocratici che dell’introduzione del salario orario minimo avevano fatto la condizione imprescindibile per appoggiare la Merkel al governo, nel resto della Germania venivano abolite le tasse universitarie. In tutti gli atenei pubblici tedeschi si paga ormai solo  il semester-ticket, ovvero un abbonamento ai mezzi pubblici di tutta la città, ad un prezzo più che mai agevolato (tra i 200 e 300 euro), che dura un semestre e garantisce che la persona sia iscritta veramente all’università. Il costo è fisso, non calcolato in base alla propria dichiarazione dei redditi o a quella della famiglia. L’università gratuita è un diritto di tutti quelli che meritano di arrivarci. Sì, non tutti in generale, visto che fin dall’adolescenza, la Germania cerca di separare, attraverso i voti,  chi merita di continuare a studiare da chi è più adatto ad acquisire competenze professionali tecniche e legate alla manualità. Chi non si è guadagnato, nel corso degli anni del liceo, il diritto all’università, non ha possibilità di iscriversi (anche in questo caso ci sono eccezioni, ma sono casi limite). Non è un sistema perfetto, però la “meritocrazia“, valutata attraverso i voti, è il principio inviolabile su cui poggia tutto.

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La biblioteca Grimm Zentrum di Berlino, aperta a tutti gli studenti ogni giorno fino a mezzanotte, sabato e domenica fino alle 22 Photo: © Huuboa/Wikimedia – CC BY 2.0

Vivo in Germania da otto anni. Da due ho fondato una mia agenzia di comunicazione. Mi arrivano curriculum sia da italiani che da tedeschi. La differenza sostanziale non è tanto il formato con cui arrivano, che sia un Europass o un tedesco, quanto la qualità degli allegati. In Germania se affermi di avere un certo livello di conoscenza di una lingua straniera, lo provi con un certificato, fosse anche quello della tua stessa università e così funziona per tutte le esperienze passate, compresi i tirocini. Il curriculum è un pacco di fogli (per fortuna ormai solo virtuali) in cui tutto è provato o comprovabile. Qualche furbizia è normale che ci sia, tutto il mondo è paese e la Germania – vale la pena ripeterlo – non è assolutamente una nazione perfetta, ma alcuni principi non possono essere messi in discussione, quello della meritocrazia per primo.

Non è un caso se, di riflesso, chiunque si candidi spontaneamente ad un’azienda, se lo fa scrivendo una valida lettera motivazionale e allegando un curriculum scritto come si deve e tarato su quell’azienda in particolare, riceve almeno una risposta di mancato interesse. Il calcetto, così come il biliardino o qualsiasi altra attività extra-lavorativa che aiuti a conoscersi, vale senza dubbio anche qui, ma per una promozione, non per un’assunzione tout court. Altrimenti i giovani tedeschi passerebbero buona parte delle giornate negli spielplatz cittadini sperando di incrociare, davanti ad una porta o un canestro, quel capo che potrebbe svoltargli la carriera piuttosto che passare ore sui libri o davanti al pc ad impegnarsi per fare capire al mondo che gli anni passati a studiare valgono qualcosa. Almeno sulla carta.

Cover Photo: © Pixabay CC0

 

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Profilo dell'autore

mario scappaticcio, @maticciofive
Allenatore ed ex giocatore di pallavolo.
Appassionato di tecnologia, informatica ed informazione.
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