mario scappaticcio, @maticciofive

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Anche il mercato delle bibite non si è fatto sfuggire l'opportunità offerta dalla curcuma (foto: Photo by Matt Winkelmeyer/Getty Images for VPRconsulting)
Anche il mercato delle bibite non si è fatto sfuggire l’opportunità offerta dalla curcuma (foto: Photo by Matt Winkelmeyer/Getty Images for VPRconsulting)

Pochi giorni fa ha fatto notizia la morte di una donna che aveva tentato di curare un eczema con iniezioni a base di curcuma. Dopo il trattamento, somministrato endovena da un naturopata a San Diego, California, Jade Erick è andata in arresto cardiaco e si pensa quindi a una reazione avversa al contenuto dell’endovena.

Più che discutere della pericolosità o meno delle endovene di curcuma (a quanto pare piuttosto quotate tra i naturopati statunitensi) bisognerebbe prima capire come ha fatto questa spezia a diventare un fantomatico supercibo, e se le prove ora disponibili reggono alla prova dei fatti.

La curcuma (Curcuma longa) è una pianta nativa dell’Asia meridionale che l’uomo conosce e utilizza da molto tempo. Appartiene alla stessa famiglia dello zenzero e, come in quest’ultimo, in genere si utilizzano i rizomi come pietanza o spezia. Data la sua zona tradizionale di utilizzo, la curcuma fa parte anche di diverse preparazioni dell’Ayurveda.

Dalla curcuma si estrae un particolare composto, di colore giallo, chiamato curcumina. Questa sostanza è da tempo usata nell’industria alimentare come colorante, insaporitore e conservante. Si tratta di un additivo considerato sicuro in tutto il mondo ed è praticamente impossibile ingerirne oltre le soglie stabilite per precauzione. Più recentemente la curcumina è diventato anche un popolarissimo ingrediente degli integratori alimentari, ma anche in questa veste il suo consumo può essere considerato ragionevolmente sicuro. Come spiega a Wired Renato Bruni, botanico esperto di fitochimica dell’Università di Parma e autore di Erba Volant“Il consumo fino a 8,5 grammi in persone sane non ha dato conseguenze particolari, ad esempio. E 8 grammi sono tanti! In genere gli studi clinici sono stati condotti con quantità pari 1-2,5 grammi e gli unici effetti collaterali hanno riguardato problemi gastrici in soggetti con precedenti di gastrite”.

Ma per quale motivo qualcuno dovrebbe mettersi a trangugiare deliberatamente un colorante? Perché nell’ultima decina di anni sono cominciati a uscire diversi studi che ipotizzavano diverse proprietà benefiche della curcumina, in particolare come antinfiammatorio. Risultati assolutamente preliminari, e assolutamente insufficienti anche solo per immaginare un farmaco che la sfruttasse, ma una cuccagna da cogliere al volo per il Far West degli integratori alimentari. Le aziende che li producono non devono infatti dimostrare a nessuno l’efficacia dei loro prodotti prima di metterli in vendita, ma solo rispettare una serie di linee guida. A questo proposito basta ricordare che solo un anno fa l’Istituto Superiore di Sanità era costretto a dissociarsi dal prodotto Trigno M, già spacciato su alcuni siti come integratore ad azione antitumorale sulla base di test in vitro, e senza nessuna sperimentazione umana a supporto.

Il problema è che una volta creato uno spin di questo tipo non si può prevedere a cosa si arriverà, e dalla curcumina come possibile farmaco è nato il mito della curcuma come supercibo, i cui estratti potrebbero curare o prevenire dal cancro alla disfunzione erettile, fino ad arrivare appunto ad eccessi pericolosi (e assolutamente assurdi) della spezia somministrata per via endovenosa.

“In nessuna medicina tradizionale, e tanto meno in quella ayurvedica, la curcuma è somministrata per via endovenosa – prosegue Bruni Giusto per dire che manca sia la validazione medica occidentale che un retroterra tradizionale a questa pratica. Questo significa che si tratta di un totale salto nel vuoto: almeno dall’uso tradizionale si possono ricavare delle indicazioni, delle conseguenze. Qui no”.

Quello che ancora è poco noto è che anche la reale ricerca scientifica sui benefici della curcumina al momento ha prodotto poche risposte definitive. Certo, bastano pochi secondi per trovare migliaia di studi nella letteratura, ma quasi sempre si tratta di sperimentazioni in vitro. Nessuno mette in dubbio la loro utilità nella faticosa strada per trovare nuove terapie, ma da soli non possono certamente giustificare facili entusiasmi, come ben spiegato da questa storica vignetta di xkcd. Anche gli studi in vivo e le (per ora) poche sperimentazioni condotte sull’uomo non sono ancora in grado di fornire risposte conclusive su una qualunque delle tantissime proprietà terapeutiche ipotizzate.

Secondo un articolo uscito lo scorso gennaio sul Journal of Medical Chemistry la curcumina potrebbe addirittura essere una falsa pista: la molecola in vitro mostra una serie di portentose proprietà non perché reagisca davvero con le molecole bersaglio dei test, ma perché è molto instabile e tende a reagire e con qualunque cosa presente nel saggio, e i risultati positivi non sarebbero altro che interferenze. Inoltre, conclude Bruni: “Uno dei problemi principali nell’uso di curcumina è dovuto al limitato assorbimento nel tratto digerente umano: meno del 10% di quanto ingerito va in circolo. Alcuni produttori hanno realizzato sistemi per ovviare a questo limite, ad esempio combinando la curcumina con un composto di origine vegetale chiamato piperina che incrementa l’assorbimento fino al 50%. Un’ipotesi è che il naturopata americano abbia pensato di aggirare l’ostacolo della biodisponibilità con un’iniezione, ma come dicevano si tratta di un salto nel buio: le uniche prove disponibili riguardano i topi, ma non ci sono indicazioni dei possibili effetti sull’uomo”.

Mentre lo studio della curcuma e dei suoi composti continua, l’unica difesa dei consumatori dal marketing è il proprio senso critico.

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