mario scappaticcio, @maticciofive

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fakeVi è mai capitato di credere a una notizia diffusa sui media, poi rivelatasi falsa? Non è una bella sensazione. E se ci fosse un modo per immunizzarsi contro le fake news? Secondo John Cook, autore di un recente articolo pubblicato su PloS One, un modo c’è e si chiama inoculazione. Rifacendosi al gergo utilizzato per vaccinare contro una malattia, Cook e i suoi colleghi sostengono che fornire – inoculare appunto – alle persone gli strumenti per riconoscere le tecniche più comuni di persuasione sia un metodo efficace perché imparino a riconoscere e respingere i falsi miti.

Il lavoro di Cook si è concentrato sulla disinformazione che imperversa negli Stati Uniti sui cambiamenti climatici. Gli scienziati si sono chiesti se la tecnica dell’inoculazione possa difendere le persone dalle falsità diffuse dai media e sciogliere i dubbi sul parere degli esperti.

Uno dei problemi che più pesano sulla comunicazione dei temi scientifici, infatti, è quello di riflettere il peso delle posizioni degli esperti su un determinato argomento: spesso e volentieri in un programma tv o radio si presentano due posizioni, che vengono sostenute entrambe da un portavoce. Questa impostazione è sembra corretta dal punto di vista informativo perché dà voce a due prospettive esistenti, ma (un ma molto grosso) si dà l’impressione che i pareri abbiano uguale peso all’interno della comunità scientifica e che quindi si sia di fronte a una disputa. Molto spesso questa impressione è falsa: non esiste una disputa, gli esperti non sono divisi tra 50% e 50%.

Questo è quello che accade negli Stati Uniti quando si parla di cambiamento climatico: il 97% degli esperti concorda sul fatto che le cause principali siano le attività umane, ma l’equilibrio imposto dai media non riflette questo quadro.

Cook ha quindi fatto un primo esperimento. Dopo aver reclutato dei volontari perché prendessero visione di un racconto sul cambiamento climatico, li ha divisi in due gruppi: un gruppo è stato esposto direttamente alla narrazione mediatica, l’altro invece ha ricevuto prima delle informazioni (per esempio che il 97% degli esperti ritiene che il cambiamento climatico sia causato dalle attività umane).

Al termine di questa esperienza, i ricercatori hanno notato che nel gruppo esposto direttamente alla narrazione l’accettazione del fatto che il riscaldamento globale sia causato dall’uomo, la fiducia negli scienziati esperti sul clima e il sostegno alle politiche climatiche avevano raggiunto un livello molto basso rispetto a quello riscontrato nel gruppo inoculato.

Un secondo esperimento è stato effettuato svelando a uno dei gruppi di partecipanti il trucco dei falsi esperti impiegato anche nella Oregon Petition. I risultati sono stati analoghi ai precedenti: chi aveva ricevuto gli strumenti interpretativi è riuscito a farsi un’idea corretta della realtà.

“Un elemento innovativo della nostra ricerca – aggiunge Cook – è stato quello di non menzionare mai il falso mito per cui volevamo immunizzare i partecipanti. Siamo invece riusciti a spiegare la fallacia generale del processo logico che chi fa disinformazione utilizza. Per esempio la tecnica di usare i falsi esperti per metter in dubbio la posizione prevalente nella comunità scientifica. I risultato ci dicono che spiegare le tecniche di negazione può aiutare il pubblico a individuare i trucchi, neutralizzando così l’effetto della cattiva informazione”.

Fin qui si è trattato di uno studio in condizioni ideali, controllato dai ricercatori. È lecito dunque chiedersi quanto la tecnica dell’inoculazione sia praticabile nella quotidianità. A questo proposito Cook ritiene che il modo più efficace sia di mettere in pratica la tecnica dell’inoculazione a scuola, nelle classi: insegnare la scienza ai più giovani mettendoli di fronte alle false credenze e alla cattiva informazione.

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