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Da qualche mese Facebook consente di mettere una piccola bandierina per esprimere più direttamente la propria nazionalità assieme alla foto del profilo. Non una grande novità, nulla di particolarmente eccitante per la maggior parte di noi. E difatti non ne ho visto un gran sfoggio in giro. Tuttavia, come è naturale, la cosa risalta di più agli occhi di chi ne è escluso.

La propria bandiera è difatti accessibile per circa 200 identità diverse, ma nessun simbolo si associa all’etnia rom-sinti. Questo perché non c’è un riconoscimento ufficiale, naturalmente, per un popolo senza terra, e non esiste dunque una bandiera ufficiale. Tuttavia resta difficile non aderire all’appello di Fiorello Lebbiati, per gli amici Miguel, candidato al consiglio comunale di Lucca che di quella bandiera fa un simbolo delle cose che, magari grazie ai social, potrebbero cambiare. Lebbiato è un caso quasi unico in Italia di rom-sinti in politica, ma non in Europa, dove lo sforzo di inclusione di questa cultura è più forte, e si lavora sull’onda della Strategia nazionale di inclusione di rom, sinti e camminanti, promossa dall’Unione, ma da sempre fiacca o sconosciuta da noi nel fare passi avanti per riconoscere queste minoranze storiche e linguistiche.

Se dunque le bandierine di Facebook (ma anche di WhatsApp) un senso potrebbero avercelo, lo avrebbero soprattutto per chi si sente – e nei fatti è – un escluso sociale.
Come ricorda anche Lebbiati, dei 180mila rom-sinti presenti in Italia, solo 40mila vivono nei campi. Tutti gli altri vivono nelle case, lavorano e pagano le tasse, e soprattutto tendono a non raccontare molto delle loro origini.
Questo perché appunto si trovano nel più razzista dei Paesi in relazione alla loro etnia, cosa ampiamente documentata  dal Rapporto dell’Associazione 21 luglio: l’Italia è stata definita “il Paese dei campi”, quello con un sistema abitativo di baracche più volte condannato dalle istituzioni europee e internazionali. Ma anche quello dove più spesso si usano insulti o si organizzano violenze a danno dei rom. Tra l’altro, il sistema dei campi ci costa tantissimo e porta solo problemi: si trovano sempre lontano dagli occhi, ma anche lontano dai mezzi e dalle infrastrutture, dalle scuole e dai posti di lavoro, e di fatto quindi lontano da ogni, possibile, inclusione, anche per i più giovani.

Il tasso di abbandono scolastico si calcola al 95% nel passaggio dalla media alla scuola superiore, e l’aspettativa di vita di un bambino rom è inferiore di dieci anni rispetto a quella del resto della popolazione italiana (sempre secondo il Rapporto Associazione 21 luglio). Ciononostante, siamo convinti che loro nei campi ci vogliano restare, e siamo convinti che siano ladri per natura. Proprio noi, gli abitanti di un Paese che ben conoscere i rischi di generalizzare le gesta di un singolo (rom-ladro o italiano-mafioso) con quello del suo gruppo di appartenenza.

bandiera_rom

Ecco, volevo quindi dire che la bandierina rom (un rettangolo con la base verde come l’erba e con sopra il blu del cielo, uniti dalla ruota di chi è sempre in esilio) su Facebook forse non risolverebbe tutti i problemi di questi popoli. Ma, chissà, potrebbe essere un piccolo passo avanti.

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mario scappaticcio, @maticciofive
Allenatore ed ex giocatore di pallavolo.
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