Quanto potrà andare avanti la moda di Sarahah?

Quanto potrà andare avanti la moda di Sarahah?

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A Ferragosto Sarahah ha perso la corona. Dopo un rally sull’App Store di Apple, che dal suo debutto sul mercato anglosassone il 13 luglio l’ha portata in poche settimane al primo posto delle classifiche, la app per messaggi anonimi ha ingranato la retromarcia. Il 15 agosto era la numero sette nel listino delle applicazioni più scaricate sull’App Store negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dagli specialisti di App Annie. Anche nel Regno Unito il primato è stato solo temporaneo e già a fine luglio la app è tornata nelle retrovie.

Ma i numeri sono ancora incoraggianti. Come la società ha comunicato tramite Twitter, Sarahah è stata per settimane in cima all’App Store in trenta Paesi (tra cui l’Italia, dove al momento è ancora prima). Il sistema di messaggistica anonima ha raggiunto 250 milioni di visitatori e un miliardo di pagine viste. Non sono dati scelti a caso, visto che gli utenti reali sono molti meno. Strizzano l’occhio alla pubblicità e puntano a convincere gli investitori a scommettere i loro soldi su Sarahah.

La app era nata per tutt’altri scopi che per frecciatine, commenti acidi e minacce senza volto in cui è già degenerata. L’anno scorso Zaid al-Abdin Tawfiq l’ha lanciata in Arabia Saudita come un software per aziende, in cui i dipendenti avrebbero potuto fornire contributi ai progetti aziendali, lasciare commenti e muovere critiche senza rischiare il posto. Sarahah in arabo significa “onestà”, “candore” e con questo spirito i dipendenti avrebbero potuto dire la loro.

La classifica delle app più scaricate di App Annie
La classifica delle app più scaricate di App Annie

In poco tempo, però, Sarahah si è trasformata in qualcos’altro. Al Financial Times Tawfiq ha dichiarato che molti utenti gli hanno chiesto di aprire la app anche fuori dal circuito di colleghi, per sapere cosa pensassero di loro amici e parenti. È così una app sconosciuta è diventata in pochi giorni il nuovo caso dell’estate.

Tuttavia, tra la fama che Sarahah ha raggiunto e un business solido ne corre. Nonostante tra giugno e luglio la app abbia raddoppiato i visitatori e a luglio abbia raggiunto i 15 milioni di utenti, la messaggistica anonima non ha mai macinato tanta strada e Tawfiq non sembra avere un modello di crescita più solido o convincente degli altri.

Chi ha la memoria lunga ricorderà Yik Yak. Nel 2013 la app per scambiarsi messaggi anonimi debutta sull’Apple Store e in pochi mesi decolla, fino a raggiungere milioni di utenti. Nel dicembre del 2014 il fondo Sequoia Capital, che ha già staccato a Whatsapp un assegno da 19 miliardi di dollari, investe 62 milioni in Yik Yak, a fronte di una valutazione di mercato di 400 milioni. Nel complesso la società raccoglie 73 milioni di euro. La app è molto diffusa tra gli studenti dei campus americani. I finanziatori sono convinti che, al pari di Facebook, sia un veicolo facile per raggiungere una delle fette di mercato più interessanti: teenager e ventenni.

Tuttavia commenti razzisti, bullismo, minacce e falsi allarmi bomba minano l’immagine della app e, dopo il picco del 2014, gli utenti iniziano a calare. Finché i due fondatori sono costretti a chiudere bottega e vendere la proprietà intellettuale della app per un milione di dollari. Non è andata meglio a Secret, altra app per messaggi anonimi, valutata 100 milioni di dollari: ha dovuto restituire ai suoi investitori i 35 milioni di euro raccolti. Né ad Ask.fm, nei guai dopo un caso di suicidio di un adolescente. È stata inglobata dal sito di domande e risposte Ask.com. Sopravvive Whisper, che peraltro ha ottenuto fondi dallo stesso investitore di Yik Yak, Sequoia Capital.

Sarahah, di fatto, non ha nessuna peculiarità che la distingua dai predecessori. Il fatto che sia stata lanciata in Medio Oriente le ha garantito di raccogliere una posizione di rilievo in mercati come Egitto, Turchia e Arabia Saudita, anche se è stato il lancio negli Stati Uniti a fare la differenza. La app ha siglato un accordo con Snapchat per collegare i profili dei due social, ma anche in questo caso ha scelto l’alleato sbagliato, visto che la app del fantasmino continua a perdere soldi e utenti. Microsoft ha offerto a Sarahah spazio gratis sul cloud, risparmiando a Tawfiq di trovare investitori per coprire queste spese. In futuro, se i numeri fossero incoraggianti, Microsoft potrebbe anche farsi avanti per rilevare quote della società.

Tuttavia, nonostante i filtri per le parolacce e la possibilità di bloccare utenti indesiderati, Sarahah non sembra aver risolto il problema della violenza verbale, del bullismo e delle bugie, che crescono come funghi nel terreno dell’anonimato. E senza un sistema di sicurezza per ripulire e tutelare le conversazioni tra gli utenti, al momento la app non ha nessun asso nella manica per fare meglio o durare di più dei suoi concorrenti.

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Star Wars, il prossimo film spin-off sarà su Obi-Wan Kenobi

Star Wars, il prossimo film spin-off sarà su Obi-Wan Kenobi

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Dopo Rogue One e Han Solo (ormai nelle fasi finali di produzione), pare ormai certo sarà Obi-Wan Kenobi il personaggio dell’universo di Star Wars a meritarsi un film da solista. È stata infatti confermata in queste ore la fase di pre-lavorazione per il terzo spin-off delle pellicole che si collocano al di fuori delle trilogie ufficiali ma che comunque espandono la narrazione di Guerre Stellari.

Nei tre film originali Kenobi è lo jedi che fa da mentore a Luke Skywalker, salvandolo sul pianeta Tatooine e poi indirizzandolo verso Yoda. Nei prequel scopriamo che, dopo la morte del proprio maestro Qui-Gon Jinn, addestra il giovane ma irrequieto Anakin Skywalker, prima che questi ceda al lato oscuro della forza per diventare Darth Vader. Non è ancora chiaro in che punto della biografia dello jedi si collocherà il nuovo film e se a interpretarlo tornerà Ewan McGregor, che gli aveva dato il volto nella trilogia prequel (in quella originale era invece il compianto Alec Guinness).

Anche se non c’è ancora nessuna sceneggiatura, già si sta parlando di un possibile regista e il nome più probabile è quello di Stephen Daldry: il regista di Billy Elliot e The Hours è attualmente candidato agli Emmy per aver diretto gli episodi della serie Netflix The Crown. Nel frattempo pare che la Lucasfilm stia pensando con la Disney a altri spin-off, con il maestro Yoda e il cacciatore di taglie Boba Fett fra i protagonisti più accreditati; a dicembre continuerà invece la nuova trilogia sequel con l’arrivo de Gli ultimi jedi.

 

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Gremlins, Chris Columbus ha finito di scrivere il terzo film

Gremlins, Chris Columbus ha finito di scrivere il terzo film

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A più di trent’anni dal film originale, ecco che le ipotesi su una continuazione della saga dei Gremlins assumono sempre più concretezza. La prima pellicola del 1984 incentrata sui teneri animaletti pelosi, i mogwai, che si moltiplicano se a contatto con l’acqua e diventano orrendi mostri se nutriti dopo mezzanotte, ha avuto un seguito meno riuscito nel 1990. Ora lo sceneggiatore originale Chris Columbus (già regista di Mamma ho perso l’aereo e due Harry Potter) ha dichiarato di aver concluso la sceneggiatura del terzo film.

Sono molto contento dello script“, ha dichiarato Columbus rispondendo alle domande dei fan. “È oscuro e contorto come nient’altro. Ora si tratta di mettersi d’accordo sulle questioni di budget per girarlo, ma volevo tornare alla sensibilità macabra del primo film e mi è venuto piuttosto facile“. E il regista ha anche tranquillizzato gli appassionati che temono che in futuro al posto delle marionette dei film passati si useranno gli effetti speciali della Computer graphics: “Useremo la Cgi il minimo indispensabile, per rimuovere i fili o per rendere la vita dei burattinai più semplice“, ha rivelato. “Era un inferno. Per girare la famosa scena del bar c’erano 18 o 20 persone dietro al bancone senza spazio per muoversi. Quindi ci saranno i pupazzi ma la Cgi semplificherà un po’ le cose“.

Pare poi che il terzo film girerà attorno a una domanda che in molti si sono posti durante gli anni: poiché a scatenare la moltiplicazione dei terribili gremlins è il buffo e innocente Gizmo, regalato dal padre al protagonista dei film Billy, non sarebbe sensato eliminarlo per rimuovere il problema alla radice? Columbus rassicura che si parlerà anche di questo, il che rende la prospettiva di un terzo capitolo, attualmente in fase di sviluppo preliminare alla Warner Bros, ancora più inquietante.

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Game of Thrones negli anni è cambiata. Ma in meglio

Game of Thrones negli anni è cambiata. Ma in meglio

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È vero, i libri di George RR Martin, quelli che hanno dato il via alla saga de Le Cronache del ghiaccio e del fuoco e su cui si basa Game of Thrones, sono dei piccoli trattati di umanità, come sottolinea Eleonora Caruso sempre qui su Wired. Dico piccoli perché, in quanto romanzi, anch’essi hanno subìto certe dinamiche, e alcuni passaggi che sarebbero potuti essere approfonditi ulteriormente sono stati velocizzati. A leggere i primi capitoli del primo volume, Il Grande inverno, si ha una sensazione quasi palpabile di quello che sta succedendo e, cosa ancora più importante, di chi sono i protagonisti.

La parola d’ordine per Martin è sempre stata caratterizzazione. Anche perché, e non l’ha mai nascosto, il suo obiettivo è sempre stato quello di raccontare le persone con tutte le loro sfaccettature e la loro complessità. E così è stato – e in un certo senso è ancora – con Game of Thrones.

Nel corso di sette stagioni, ci sono stati presentati eroiantieroi, nani, cavalieri, mercenari, uomini senza onore, altri che ne avevano così tanto da perderci letteralmente la testa; e ancora: assassini, spie, eunuchi, grandi dame, regine, eredi al trono. È un elenco che potrebbe continuare.

La critica mossa da Eleonora Caruso è abbastanza semplice e anche, in parte, condivisibile: in queste ultime puntate, tutto questo – la caratterizzazione, la forza, la profondità dei personaggi – non ci sono più. Scomparsi. Andati via. E quindi quello che ci troviamo davanti non è più il Tyrion che conoscevamo. O la Sansa che dopo tante tragedie speravamo di incontrare. Ma macchiette. Personaggi piatti, risibili e tutto sommato prevedibili.

È innegabile che ci sia stata una semplificazione, a livello di scrittura e di scelte produttive, in Game of Thrones. È innegabile e naturale. La settima stagione non è una stagione indipendente. I personaggi che la popolano – quelli che fanno le grandi cose – sono gli stessi personaggi che abbiamo conosciuto nelle ultime sei. Sono il frutto, forse finito, forse ancora immaturo, di esperienze, scelte, di una narrazione che è cominciata lentamente e che ora ha accelerato il passo.

Tyrion, per esempio, è diventato quello che è perché ha sofferto, combattuto, perché ha ucciso suo padre, ha rinnegato la sua famiglia, è scappato nel continente di Essos, ha bevuto, si è innamorato, e poi, solo poi, ha incontrato Daenerys Targaryen. E davanti a lei, come illuminato, è cambiato ancora una volta. Ora è buonolegale, direi. Ed è il suo consigliere. Ma non per questo è perfetto: la sua assuefazione è solamente diversa. Ora spera nel futuro, spera in una regina migliore; spera, e vuole credere, che i Sette Regni possano essere governati degnamente. È cambiato com’è cambiato Jaime, e come sono cambiate Sansa, Daenerys e Cersei. Com’è cambiata Arya. Com’è cambiato Jon Snow. Che è sempre stato buono, sempre stato tendenzialmente positivo, e che adesso, davanti alla chiamata del destino (o, per dirla in termini narrativi, dell’eroe) si piega.

È importante partire da qui: partire dalla premessa necessaria che la stagione che stiamo vedendo non è il risultato di una sola puntata, o di un processo veloce, ma di ben sei stagioni, di tante puntate, di tanti colpi di scena, che ora non possono e non devono essere dimenticati.

Ci sta, ed è giusto, che a un certo punto la narrazione diventi più semplice e netta. Ci sta soprattutto se ricordiamo due cose. La prima: ora si stanno creando altri due schieramenti molto più grandi (leggi: vivi contro morti). La seconda: i libri di George RR Martin sono rimasti indietro; non sono più l’ossatura, o lo spunto iniziale, su cui si regge la scrittura della serie.

Game of Thrones, oggi, è diventato altro. Più indipendente, sicuramente meno ricercato nella sua scrittura, ma anche – e per un prodotto seriale è una cosa fondamentale – più dinamico e fluido. Perché bisogna ribadire anche questo: il cambiamento del medium e cioè come, a un certo punto, una serie nata per pochi, fantasy e con un altro tipo di budget, sia diventata un evento e un fenomeno virali.

I personaggi, insomma, non sono più piatti o meno complessi. Sono altro. E in questo altro – come dice Eleonora – ci sono anche scelte volte unicamente al compiacimento del fan service, cambi di toni drastici, improvvisi, che un po’ stonano – specie se raffrontati con la drammaticità di alcune scene.

Che la serie sia diversa è innegabile, com’è pure innegabile che al grigiore, adesso, David Benioff e Dan Weiss preferiscano una contrapposizione più evidente tra bianco e nero. Ma è anche vero che di personalità – più che di personaggi – incredibili ce ne sono ancora. Come il mercenario Bronn, per esempio. O come Lady Olenna. O Tormund, o Sam. Nel corso di questi anni, non è cambiata solo Game of Thrones. Sono cambiati anche coloro che la scrivono e che l’hanno ideata. E, si spera, sono cambiati anche quelli che la guardano. Il suo pubblico. Le sfumature ci sono ancora. Bisogna, però, saperle vedere.

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700 scalpi americani per re Giorgio, le fake news di Benjamin Franklin

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Tutti sono pronti a usare il termine fake news ma, come del resto accadeva col tradizionale bufala, questo tende a nascondere la complessa tassonomia della disinformazione. Come spiegato da Valigia Blu esistono le notizie false al 100%, ma si fa disinformazione anche quando si manipola la realtà usando un contesto ingannevole, per esempio usando immagini vere e testi falsi o scollegati. Un altro livello di classificazione può essere quello degli obiettivi. Da quando esiste la stampa le bufale sono state usate per guadagnare di più, internet ha ampliato la concorrenza. La recente ossessione per le fake news è però di natura politica, e si potrebbe riassumere con “i populisti vincono perché la gente legge bufale su fb”.

Da una parte rimane tutta da dimostrare l’effettiva portata delle fake news via internet nella vittoria, per esempio, di Donald Trump. Dall’altra la propaganda non è stata inventata ieri e la storia è piena di fake news deliberatamente diffuse per conseguire un risultato politico. Una di queste è stata concepita nientemeno che da uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, Benjamin Franklin.

Benjamin Franklin in un dipinto di David Martin, esposto alla Casa Bianca (foto: Pubblico Dominio via Wikimedia Commons)
Benjamin Franklin in un dipinto di David Martin, esposto alla Casa Bianca (foto: Pubblico Dominio via Wikimedia Commons)

Le bufale di Benjamin Franklin sono famose, ma durante la rivoluzione americana il suo talento non fu usato solo per divertimento. Come altri eroi della rivoluzione Franklin aveva ben capito quanto fosse importante il Quarto potere: il Washington Post ricorda che persino John Quincy Adams, che nel 1825 diventò il sesto presidente degli Stati Uniti, nel 1769 dichiarava di dedicarsi alla creazione di notizie false o esagerate sui giornali in modo da indebolire l’autorità reale britannica nel territorio del Massachusetts.

Franklin invece, mentre nel 1782 era ambasciatore in Francia, stampò un’edizione completamente falsa del Boston Independent Chronicle dal contenuto raccapricciante. Il capitano Samuel Gerrish aveva intercettato un carico indirizzato al governatore del Canada: 8 grandi pacchi del carico contenevano scalpi di uomini, donne e bambini per un totale di circa 700 trofei.

Una lettera di un agente britannico spiegava che il bottino era stato raccolto dai nativi americani Seneca, alleati della Corona, durante gli ultimi tre anni. Gli scalpi erano stati marchiati dagli indiani d’America con diversi simboli e colori che identificavano le vittime e le circostanze della morte in un crescendo di atrocità: alcuni erano combattenti, altri dei civili; alcuni erano stati bruciati vivi dopo essere stati torturati, altri uccisi con un’accetta; alcuni appartenevano a madri, altri erano quelli dei bambini strappati al loro ventre.

Il capi pellerossa chiedevano che gli scalpi venissero “inviati sull’acqua al grande re, in modo che li potesse ammirare e ne fosse rinfrancato”, così che non dubitasse della loro lealtà nello sterminare i suoi nemici. I nativi americani inoltre chiedevano al ricco re armi e polvere da sparo, ma anche abiti e coperte.

A parte i caratteri tipografici francesi, il supplemento 705 all’edizione del Boston Independent Chronicle and Universal Advertiser creato da Franklin sembrava genuino in tutto e per tutto, pubblicità comprese. Ne fece circolare diverse copie tra i suoi amici in quel momento in Europa, sperando che alla fine arrivasse alla la stampa britannica e che venisse ristampato. L’obiettivo di Franklin, che stava lavorando al trattato di pace di Parigi, era quello di ottenere risarcimenti dalla Gran Bretagna per quello che aveva subito durante la guerra per mano del re e degli alleati indigeni. Più in generale, Franklin intendeva mostrare la crudeltà della Corona inglese nei confronti di civili inermi e di conseguenza inculcare nel pubblico britannico le ragioni dell’indipendenza.

Un paio di giornali inglesi effettivamente ripubblicarono parte del falso giornale, ma non sembra che la fake news propagandistica abbia avuto qualche effetto tangibile. In America invece la storia dei 700 scalpi fu ristampata dozzine di volte, e come spesso accade con le bufale, cominciò a vivere di vita propria.

In Nord America alcune tribù si erano alleate con questa o con l’altra fazione, ma era già nell’aria che nessun nativo americano sarebbe rimasto a lungo indispensabile. Se il bersaglio della fake news di Franklin era la politica estera britannica, finì invece per unire ulteriormente le ex-colonie contro la minaccia dei selvaggi pellerossa.

Nel 1813, a 31 anni di distanza dalla sua prima apparizione a 23 dalla morte del suo creatore, la fake news di Franklin stava per riemergere sui giornali americani. Gli Usa erano di nuovo in guerra col Regno Unito e il 23 gennaio alcuni degli alleati nativi massacrarono i feriti americani superstiti della battaglia di Frenchtown (Michigan, vicino al fiume Raisin), nonostante si fossero arresi il giorno precedente. Questo episodio riempì di rabbia la nazione, e i giornali ripubblicarono la bufala di Franklin. Come spiega lo storico Robert Parkinson l’intento era mostrare che da molto tempo gli indigeni americani erano noti per la loro brutalità.

Nella dichiarazione di indipendenza del 1776 del resto si legge:

“Ha eccitato [n.d.A.] insurrezioni interne tra noi e ha tentato di muovere gli abitanti delle nostre frontiere, gli indiani selvaggi senza pietà, la cui nota regola di guerra è un’indiscriminata distruzione delle persone di ogni età, sesso e condizione.”

La bufala di Franklin venne riconosciuta (pubblicamente) come tale solo nel 1854 dal The State Gazette.

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Batman, 10 ragioni per (ri)leggere Il ritorno del Cavaliere oscuro

Batman, 10 ragioni per (ri)leggere Il ritorno del Cavaliere oscuro

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Tra il 1966 e il 1968 Batman divenne incredibilmente popolare grazie all’indimenticabile serie tv con Adam West, a metà strada tra humor grossolano e adorabili trovate kitsch. Tale successo si rivelò un arma a doppio taglio: il detective di Gotham City, figura oscura e tormentata, divenne quasi universalmente identificato con un simpatico e innocuo scavezzacollo in maschera.

In realtà, non si può dare tutta la colpa ad Adam West: già da diversi anni le avventure a fumetti di Batman avevano preso una piega improbabile e le vendite ne avevano risentito a tal punto che la Dc Comics stava pensando di uccidere il personaggio e chiuderne la serie. Il povero Bruce Wayne riuscì così a trascinarsi zoppicante per tutti gli anni ’70, un decennio durante il quale diversi scrittori (primo fra tutti Dennis O’Neil) cercarono invano di allontanarsi dall’immagine della serie tv. E poi venne Frank Miller, un giovane e ambizioso artista che aveva una visione ben precisa di Batman, più vicina al vigilante spietato delle origini che non al supereroe kids-friendly ammorbidito dai decenni di autocensura e adesione al codice della Comics Code Authority.

The Dark Knight Returns (Il ritorno del Cavaliere oscuro in italiano, edito da Lion, 20,95 euro) di Miller non è solo una eccezionale storia di azione e rinascita, ma è anche e prima di tutto un meta-fumetto: il suo Batman è invecchiato e impotente, così come lo era stato il personaggio negli anni precedenti. Il mondo in cui vive è uno specchio distorto degli Usa dell’epoca. E Superman diviene un simbolo dell’adesione insensata alla maschera ottimistica del puro eroe americano, complice inconsapevole di una politica corrotta e lassista.

Libro nuovo DK

Il Cavaliere oscuro di Miller è una vera pietra miliare nella storia di Batman, talmente importante da averne definito l’immaginario per gli anni a venire, tra film, fumetti e cartoni animati. Se non l’avete ancora fatto, vi resta ancora qualche settimana estiva per recuperare e divorare la raccolta in volume unico edita in Italia da Rw Lion. E se vi servisse un’esortazione ulteriore, vi diamo 10 buone ragioni per (ri)leggerlo nella gallery in alto.

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